Mappa sulla militarizzazione della Sicilia

Questa mappa, che la Federazione Siciliana del Partito Comunista ha realizzato, riporta le principali  installazioni  militari  presenti  in  Sicilia  e  vuole  essere  uno  strumento  di conoscenza e consapevolezza.

La Sicilia, per la sua posizione geografica e la sua storia, ha avuto da sempre un ruolo militare strategico. Dopo la seconda guerra mondiale è divenuta la punta avanzata della Nato e degli Stati Uniti nel Mediterraneo. Negli ultimi decenni l’UE ne ha fatto la frontiera militarizzata per il controllo delle frontiere esterne. La gestione delle migrazioni si è cosi mischiata a quella militare: basi, mezzi, radar e tecnolgie avanzatissime vengono giustificate proprio con il controllo delle frontiere esterne: non è un caso che i centri per migranti siano realizzati in ex strutture militari, che a Catania vi sia un ufficio operativo di Frontex e che Lampedusa sia la base logistica di Frontex oltre che un’isola altamente militarizzata.

A secondo  del  clima  politico  il  controllo  delle  frontiere  esterne  viene  giustificato  con retoriche umanitarie o securitarie ma la sostanza non cambia. Sono le stesse aziende che producono  armi  a  essere  coinvolte  direttamente  nella  gestione  delle  frontiere  esterne europee e sono queste a condizionare le politiche europee sulle migrazioni, politiche che sono intrecciate profondamente con le aggressioni militari nel mediterraneo. Il caso della Libia ne è un esempio chiarissimo.

Nel 2009 il fatturato del business delle frontiere europee era stimato tra i 6 e gli 8 miliardi di euro. Si stima che nel 2022 l’affare crescerà a livello globale fino a 50 miliardi. L’italiana Leonardo Finmeccanica (tra i primi produttori di droni militari e sistemi radar)  Airbus, Thales, Safran, e Indra sono tra le aziende più importanti del settore, tra i pochi produttori non europei a partecipare alla spartizione dei fondi per il controllo delle frontiere esterne europee spiccano le aziende israeliane come la BTec Electronic Security Systems, selezionata da Frontex per partecipare al laboratorio   svolto   nell’aprile   2014   su   “Sensori   e   piattaforme   di sorveglianza delle frontiere”: l’azienda sottolineava che le sue “tecnologie, soluzioni e prodotti sono installati sul confine israelo-palestinese”.

Queste aziende israeliane, a seguito di un accordo del 1996, hanno svolto un ruolo importante nella miltarizzazione dei confini di Bulgaria e Ungheria, grazie alle conoscenze tecnologiche sviluppate con l’esperienza del muro di separazione in Cisgiordania e del confine di Gaza con l’Egitto.

Affermiamo che non è attraverso la militarizzazione e il controllo militare delle frontiere che si può affrontare il fenomeno complesso delle migrazioni ma solamente andando alla radice del problema e delle cause che spingono migliaia di persone a lasciare il proprio paese. Sono le politiche neoliberiste che dovrebbero essere messe in discussione, politiche e interessi che hanno portato all’impoverimento delle masse a favore di pochissimi che sono divenuti sempre più ricchi. Guerre, inquinamento, riduzione dei lavoratori a nuovi tipi di schiavi, migrazioni di massa, privatizzazioni dei servizi basilari come la sanità e l’istruzione, sono solo alcune delle conseguenze delle politiche neoliberiste degli utlimi decenni.
Se la spesa militare è passata dall’1,25% all’ 1,45% del PIL, tutte le altre voci della spesa pubblica segnano invece sensibili riduzioni: quella sanitaria, ad esempio, è scesa di un punto percentuale.

Intanto gli USA premono affinché i membri Nato raggiungano il 2% del PIL di spesa militare, questo per l’Italia vorrebbe dire 10 miliardi in più all’anno.

Il Segretario Generale Marco Rizzo afferma: “La militarizzazione del territorio italiano da parte degli Stati Uniti e della NATO non solo compromette la pace nel mondo, ma mette sempre di più in pericolo il popolo italiano a cui, ironia della sorte, verranno chiesti ancora più sacrifici economici per finanziare questo pericolo”.

La mafia in questo scenario gioca un ruolo di primo piano, sia nella gestione di appalti legati alla costruzione di infrastrutture militari, sia come garante degli interessi USA in Sicilia.

Alessandro D’Alessandro, Segretario della Federazione Siciliana del Partito Comunista dichiara: “La Sicilia ed il popolo siciliano sono stanchi di essere utilizzati e sfruttati per gli interessi ora del grande Capitale stretto alleato del potere clientelare mafioso, ora dell’imperialismo targato NATO, USA o UE. Le masse popolari siciliane sono stanche di una politica nazionale e regionale asservita agli interessi di pochi e che non risponde alle esigenze reali del territorio. Le lavoratrici ed i lavoratori siciliani non hanno bisogno di un pessimo assistenzialismo che è funzionale solamente al mantenimento del ricatto sociale della borghesia parassitaria e mafiosa ma hanno fame di giustizia sociale e di lavoro.”

La maggior parte di queste strutture militari insistono su luoghi di grande importanza dal punto di vista naturalistico e paesaggistico; impianti come il MUOS, radar e antenne di varia natura emettono onde elettromagnetiche che sono nocive per gli esseri umani e per le altre specie animali.

Vogliamo che la Sicilia venga smilitarizzata e che divenga luogo di dialogo tra i popoli del mediterraneo e non un avamposto militare.

Riteniamo fondamentale in questo senso l’uscita dell’Italia dalla Nato e dall’UE.

Ringraziamo Antonio Mazzeo per la collaborazione.

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