Sulla “crisi idrica” di Messina e il nuovo DDL “acqua pubblica” in Sicilia

La cosiddetta “crisi idrica” esplosa in queste settimane nella città di Messina a seguito della frana che ha messo fuori uso la rete idrica che dall’acquedotto di Calatabiano (Ct) rifornisce la città dello Stretto, dopo l’iniziale silenzio, ha fatto irruzione nei media nazionali e talk-show che nella tipica retorica della spettacolarizzazione dell’indignazione hanno dato l’opportunità ai vari politicanti borghesi (da Salvini a Renzi) di costruire il solito teatrino ad uso e consumo dei media e della coltivazione dell’elettorato, che fa da contorno all’altrettanto tipico scaricabarile sulle responsabilità, con l’intento riuscito di non aver fatto rilevare per nulla la vera natura della “crisi idrica” e quindi le responsabilità.

Alla base della vicenda di #Messinasenzacqua si intrecciano due fenomeni: il cosiddetto dissesto idrogeologico e il saccheggio delle risorse naturali, frutto dell’assenza di politiche di prevenzione e messa in sicurezza del territorio (rimandiamo alla lettura di questo precedente comunicato) e delle politiche di privatizzazione dell’acqua. Concentrandoci su quest’ultimo, va rilevato infatti come la drammatica interruzione totale delle rete idrica che rifornisce i rubinetti di Messina è dovuta al fatto che l’acquedotto dell’Alcantara che potrebbe rifornire la città, coprendone il fabbisogno (come fino al 2001), è di proprietà al 75% della Veolia, la famigerata multinazionale francese che domina sulla gestione delle acque in Sicilia, imponendo tariffe esorbitanti tramite la società mista “Sicilia Acque SpA” nei confronti della quale il comune di Messina è già indebitato per circa 8 milioni di euro. Dal 2001 infatti l’AMAM (Azienda Municipalizzata Acquedotto Messina) ha deciso di rifornire la città di Messina solo dall’acquedotto situato presso Calatabiano (CT) in una zona nota per il suo alto rischio idrogeologico, rinunciando all’acquedotto dell’Alcantara per gli alti costi imposti dai privati per i propri profitti.

L’emergenza idrica che sta indignando profondamente l’opinione pubblica nazionale e colpendo drammaticamente le masse popolari dello Stretto, ha pertanto la sua radice nel sistema basato sul profitto dei pochi a discapito dei molti che non solo subiscono tariffe sempre più insostenibili ma anche disservizi di tale portata che privano di un bisogno fondamentale centinaia di migliaia di persone, non certo per la mancanza di risorse ma per l’appropriazione privata di esse a scopo di lucro dei monopoli privati così come delle scelte politiche delle amministrazioni locali che non rispondono agli interessi della maggioranza dei cittadini ma alle regole finanziarie dei bilanci e patti di stabilità, tagliando sui servizi fondamentali. Sottolineiamo come nell’ultimo antipopolare Piano di Riequilibrio Finanziario della giunta Accorinti/Signorino, votata dai principali partiti presenti in Consiglio (PD, Forza Italia, UdC ecc…), è previsto un ulteriore taglio all’AMAM di 23 milioni. Ci sono pertanto precise responsabilità politiche che ricadono su tutto l’apparato statale/istituzionale borghese, dal governo nazionale a quello regionale compresa l’attuale giunta comunale, e di un sistema marcio che non è in grado di garantire alla collettività un bene fondamentale e indispensabile come l’acqua. Situazioni simili sono perennemente presenti infatti in molte altre zone della Sicilia, in particolare nel nisseno e agrigentino, in una regione dove continuano a crollare le strade, a chiudere gli ospedali, a tagliare i trasporti, mentre cresce l’attivismo delle numerose basi militari presenti sul nostro territorio incrementando l’implicazione della Sicilia nella guerra imperialista.

Il bluff del DDL sull’acqua pubblica dell’ARS

L’esito dei referendum del 2011 – che sanciva l’esclusione delle società per azioni e ogni profitto non solo dalla gestione delle reti idriche, ma anche da ogni altra forma di concessione statale, quali i trasporti – è stato completamente ignorato dai vari governi della borghesia e non ha mai avuto una legge applicativa, lasciando nel limbo la situazione degli enti locali. Con il governo Renzi, i processi di privatizzazione hanno ripreso vigore e con la Legge di stabilità e lo “Sblocca Italia” si costringono i Comuni a mettere sul mercato tutti i servizi pubblici a vantaggio delle grandi multinazionali che potranno inglobare tutte le società di gestione dei servizi idrici, ambientali, energetici, trasporti ecc. con le tariffe che dal 2008 ad oggi sono salite del 74% e sono raddoppiate in dieci anni, sia nella gestione “pubblica” che privata. In questo contesto, in Sicilia è stata approvato dall’ARS, nel mese di Agosto, un disegno di legge che ribadisce le competenze esclusive in materia di acque pubbliche assegnate dallo Statuto autonomo che ha rango costituzionale.

Lo stesso Crocetta che di fronte al dramma di Messina non è in grado di dare alcuna risposta se non consigliare il rispetto della disciplina nelle file per prendere l’acqua dalle autobotti, preoccupandosi di come “non finire sui media nazionali”, si è autoproclamato paladino dell’acqua pubblica con l’approvazione di questo DDL che risponderebbe positivamente alla volontà popolare di “ri-pubblicizzazione dell’acqua” espressa dal referendum di 4 anni fa. Ma in realtà quali ricadute positive avrà sui lavoratori e i settori popolari della Sicilia?

Prima di tutto bisogna ricordare che, durante la raccolta firme per la promulgazione di questa legge popolare regionale, il movimento contro la privatizzazione si era spaccato su un punto dirimente che come vedremo avrà il suo riflesso nel DDL promosso da Crocetta e approvato dall’ARS.

Nella proposta propugnata da una parte si escludeva la possibilità che la gestione venisse affidata ad altri che a società di diritto pubblico a gestione diretta dei Comuni o dei consorzi dei Comuni, senza Consigli di Amministrazione e soprattutto senza scopo di lucro, né diretto né indiretto.

Nella proposta propugnata invece da un’altra parte (esplicitamente sostenuta dalla CGIL e da alcuni Comuni) e sottoscritta da una serie di Consigli comunali e provinciali, faceva capolino (i promotori dissero per un “refuso”) la possibilità che tale gestione venisse data a società in house, ossia di diritto privato a capitale interamente pubblico. E’ evidente che all’interno di questa modalità si insinuano i soliti vizi dello “statalismo” all’italiana, ossia del clientelismo e dell’affarismo: avere una struttura pubblica da mungere e consigli di amministrazione dove piazzare il sottobosco politico. Tutte le modalità di società di diritto privato – di proprietà privata, mista o interamente pubblica che sia – hanno sempre portato a grossi profitti, o a grosse perdite, comunque sempre e solo pagati dai lavoratori, o come utenti o come contribuenti. La sola forma che potrebbe parzialmente garantire – per quanto possibile nel quadro di una società capitalistica – i cittadini è la forma di società di diritto pubblico, gestita da funzionari pubblici, senza scopo di profitto e controllata da consigli attraverso la pubblicità di tutti gli atti.

La legge approvata in Sicilia se da un lato legittima i Comuni, che in questi anni si sono rifiutati di consegnare le reti ai privati, allo stesso tempo reintroduce la possibilità delle tre forme di gestione: pubblica, mista e privata. In estrema sintesi, la gestione pubblica sarà quindi realizzabile dai Comuni, in forma singola o associata, non potrà essere sospesa l’erogazione del minimo vitale, si potranno analizzare nel merito i contratti con i gestori privati e le eventuali inadempienze e verificare le condizioni di recesso. È però possibile assegnare la gestione del servizio a una società pubblica con diritto privato, mista pubblica/privato o anche ai privati. Il ricorso a privati è possibile solo ad alcune condizioni: ogni affidamento potrà durare un periodo non superiore a nove anni; in caso di interruzione del servizio per più di quattro giorni ad almeno il 2% del bacino, il gestore privato andrà incontro a una sanzione compresa fra i 100 e i 300 mila euro per ogni giorno di interruzione, e alla possibilità di risoluzione del contratto. È possibile la gestione in forma singola e diretta del servizio idrico integrato solo per quei Comuni con popolazione inferiore a 1.000 abitanti, i Comuni delle Isole minori ed i Comuni che non hanno consegnato le reti ai vecchi gestori delle ATO, già salvaguardati dalla legge regionale 2/2003 (articolo 1, comma 6).

Un DDL che giunge al culmine di un percorso di lotta durato anni e che mira a esaurire questa mobilitazione in un percorso parlamentare mediato con le varie forze politiche borghesi che fondamentalmente “tradisce” le aspirazioni delle masse espresse chiaramente nel percorso referendario. Nello specifico sottolineiamo alcuni punti che vanificano nella sostanza gli intenti sbandierati dai promotori di questa legge.

La “partecipazione e il controllo democratico”, che era stato previsto con l’art. 3, è stato bocciato dall’Aula con voto segreto. In questo modo viene cancellato qualsiasi possibile strumento di controllo e partecipazione popolare, escludendo la possibilità anche solo di consultazione delle associazioni dei consumatori, dei comitati territoriali e del Forum dell’acqua pubblica con la soppressione dell’Autorità di Bacino Regionale e del Comitato di Consultazione sul Piano di Gestione del Distretto Idrografico della Sicilia.

Anche la cosiddetta “tariffa unica regionale” sottoposta alla definizione di “progressiva definizione di un sistema tariffario tendenzialmente unitario” (tratto dal DDL) è vanificata dal termine “tendenzialmente”. Inoltre la tariffa, così come concepita, ricomprenderebbe anche il “completamento ed ammodernamento degli impianti primari e secondari del settore idrico”, cosa che non cambia poi molto rispetto alla privatizzazione. Occorrerebbe invece che tali oneri gravino sulla fiscalità generale e non sulle tariffe, con gli interventi strutturali e straordinari che devono esser pagati in modo progressivo (ossia in base al reddito, chi ha di più deve pagare di più), secondo quanto previsto dalla stessa Costituzione. Accanto a questo viene stabilito che la risorsa idrica non utilizzabile per fini alimentari dovrà avere una tariffa scontata del 50% e la demagogica affermazione che «ad ogni cittadino viene garantito un quantitativo “minimo vitale” di acqua per l’alimentazione e l’igiene intima pari a 50 litri al giorno» che interviene su un aspetto di “emergenza umanitaria” per gli indigenti (o gli evasori totali che ne approfittano) che potranno beneficiarne, ma i lavoratori e larghi strati popolari continueranno comunque a pagare alte e insostenibili tariffe. La riconferma dei 9 Ambiti Territoriali Ambientali (coincidenti con le ex Province) garantisce la continuità privatistica-affaristica e conferma l’intento spartitorio e clientelare della legge, testimoniato anche dal fatto che i componenti degli organi non tecnici non è previsto che non percepiscano compensi per la partecipazione. Le S.p.A., ossia le società di diritto privato anche interamente a capitale pubblico, agiscono come società private avendo come fine ultimo il profitto sulla base delle logiche mercantili senza fini sociali e ambientali, considerando l’acqua come una merce su cui lucrare il più possibile imponendo alle masse popolari di pagare sempre di più per ottenere sempre di meno, con tariffe che oltre i “costi del servizio” includono spesso gli “oneri finanziari” della società che concorrono alla formazione delle tariffe, ossia, le speculazioni finanziarie, cattivi investimenti e finanza creativa, i lauti stipendi dei burocrati e politicanti del Consiglio d’Amministrazione di società che senza alcun reale controllo pubblico e popolare servono solo alla spartizione di poltrone: un baraccone parassitario e clientelare del potere economico ed elettorale del sottobosco politico e imprenditoriale.

Infine con l’art. 8 del DDL, l’ARS dà il mandato al Presidente della Regione di valutare l’esistenza dei presupposti per procedere alla rescissione della Convenzione con Siciliacque (società mista di proprietà al 75% della multinazionale francese Veolia e al 25% della Regione Sicilia) ed avvia le procedure per la revisione della stessa. Quindi nessuna rescissione automatica di questo contratto capestro, ma il tutto viene lasciato all’arbitrio del ben noto Crocetta, o chi per lui sarà posto come garante della composizione e mediazione degli interessi contrapposti tra approfittatori privati e pubblici che rappresenta il reale fondamento di questo DDL.

Dietro i grandi proclami in cui si dice che “l’acqua non può esser oggetto di lucro”, viene lasciata intatta la giungla degli ATO che potranno decidere di affidare il servizio a società di diritto privato con capitale pubblico, ai privati o a società pubblico/privato con dei “paletti”. L’esito di questo DDL, conferma ulteriormente come l’istituzione borghese garantisce, in un modo o nell’altro, sempre gli interessi generali della classe borghese e del capitale, e tutte le forme e pratiche di lotta che si chiudono nel suo recinto sono destinate a tradire le aspirazioni delle masse popolari. Gli ATO proseguiranno nel loro sottobosco politico/imprenditoriale di poltrone e clientelismo, i privati in un modo o nell’altro continueranno a entrare nell’affare e le società pubbliche o private o miste continueranno a scaricare i costi sulle masse popolari.

Con l’entrata in vigore di questo DDL, la lotta dovrà essere rilanciata e condotta Comune per Comune, negli esclusivi interessi popolari, rifiutando ogni gestione che fa di un bene collettivo come l’acqua una fonte d’affari per pochi parassiti. Il Partito Comunista rivendica la piena attuazione del referendum popolare per un servizio idrico pubblico accessibile a tutti liberato dalla logica del profitto e del mercato, attraverso società di diritto pubblico poste sotto il controllo popolare diretto. Per i padroni, per i parassiti ed i loro comitati d’affari, l’acqua, come gli altri beni e risorse naturali, sono soltanto merci su cui lucrare il più possibile. Noi comunisti lottiamo per il soddisfacimento dei bisogni fondamentali delle masse popolari, con la difesa dei servizi pubblici essenziali (sanità, istruzione, trasporti), dei beni e risorse naturali (alimentazione, energia, acqua ecc.) che nel capitalismo sono solo una fonte di profitto per pochi. Lottiamo per la piena accessibilità e gratuità per le masse popolari. I servizi devono esser finanziati dallo Stato attraverso la tassazione generale.

Affinché l’acqua sia realmente un bene sociale è necessario un modo di produrre, distribuire e consumare completamente alternativo al capitalismo, con una pianificazione razionale sotto il controllo operaio-popolare sulla base delle esigenze delle masse lavoratrici e popolari, liberando le straordinarie energie produttive odierne che permettono di soddisfare i bisogni e il benessere di tutti in modo ecologicamente compatibile. Per questo è necessario promuovere una radicale trasformazione della società per via rivoluzionaria, abbattendo il capitalismo e i suoi lacchè per un nuovo sistema basato sulla proprietà sociale dei mezzi di produzione e delle risorse naturali!

One Response to Sulla “crisi idrica” di Messina e il nuovo DDL “acqua pubblica” in Sicilia

  1. […] La recente “crisi idrica” che ha colpito Messina, così come i casi di ruberie, corruzione, trasformismi, dimostrano come le istituzioni ad ogni livello siano solo un “comitato d’affari” della borghesia non in grado di rispondere e garantire i bisogni fondamentali delle masse popolari, tantomeno un lavoro stabile e una casa per tutti e tutte. Il regime socio-economico e politico capitalista, come dimostrato in ogni paese capitalista, non è in grado di utilizzare a pieno la forza lavoro e garantire condizioni di vita di benessere a tutti (in relazione allo sviluppo delle forze produttive) sia nei paesi capitalistici cosiddetti avanzati che nel resto del mondo. Nonostante l’elevato sviluppo tecnologico e scientifico sempre più persone vivono in stato di povertà e cresce il livello di diseguaglianza sociale e territoriale, non certo perché mancano i soldi o perché il lavoro non c’è. Tutto al contrario. Basta guardare il nostro territorio per vedere come, per fare un esempio, l’emergenza idrogeologica necessiterebbe la pianificazione di grande piano per la sicurezza che permetterebbe l’assunzione di migliaia di disoccupati, lo stesso vale per l’edilizia pubblica fatiscente e insufficiente con il recupero di numerosi immobili sfitti che permetterebbero di aumentare il numero di alloggi popolari disponibili e l’occupazione di migliaia di lavoratori edili senza lavoro, rispondendo così ai bisogni reali esistenti. La stessa desertificazione industriale e infrastrutturale a cui è sottoposto il meridione, e in particolare la Sicilia, con grande ricaduta a livello occupazionale, è causa di una divisione del lavoro regolata dal profitto di pochi, in cui il sud diviene solo discarica delle industrie del nord e serbatoio di risorse e manodopera per il resto del paese lasciando qui inquinamento e disastri ambientali. […]

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