Category Archives: Federazione Sicilia Orientale

Manifestazione No Muos 4 agosto 2018

Mentre il governo M5S-Lega rinnova i vincoli con l’imperialismo USA e in continuità con i precedenti governi garantisce e rafforza le servitù militari e il coinvolgimento del nostro paese nei pericolosi piani imperialisti, non si ferma la lotta contro la base militare USA di Niscemi dove è installato il MUOS, strumento strategico per gli interventi e guerre imperialiste a beneficio dei profitti dei monopoli nella competizione internazionale per il controllo delle risorse energetiche, quote di mercato, vie di trasporto ecc. in continuità con le politiche antipopolari e i tagli alle spese sociale contro i lavoratori e le classi popolari nel nostro paese. Come ogni anno siamo stati presenti insieme a diverse centinaia di persone al determinato corteo che sabato scorso ha costeggiato la base americana protetta da un ingente dispiegamento di apparati repressivi italiani, con ripetuti lanci di lacrimogeni sui manifestanti in azione con simbolici tagli della rete, per ribadire che non accettiamo che la Sicilia sia trasformata in una piattaforma di guerra: chiusura di tutte le basi USA/NATO sul nostro territorio, uscita dell’Italia dalla NATO, ritiro di ogni militare italiano all’estero.
Nessuna base, nessun militare, la guerra imperialista, bisogna sabotare!
Nè terra, nè mare, nè aria per gli assassini dei popoli!

 

Licata, Catania, Palermo, 58 anni dopo dalla stessa parte delle barricate!

Luglio 1960 – Ricordiamo la nostra storia di classe

La giovane Repubblica attraversa anni di instabilità: dal 1955 al 1960 si alternano 5 governi. Il movimento operaio, dopo l’esperienza vittoriosa della Resistenza, è in ascesa e rivendica i propri diritti e aspirazioni per cui ha duramente combattutto nella Lotta di Liberazione Nazionale dal nazifascismo. Alla disfatta del secondo governo Segni, il Presidente della Repubblica Gronchi nominò il democristiano Ferdinando Tambroni, come Presidente del Consiglio di un governo tecnico che ottenne la fiducia alle Camere grazie all’appoggio del partito neofascista del MSI (Movimento Sociale Italiano) di Michelini-Almirante che due mesi dopo convoca provocatoriamente il suo Congresso a Genova, città partigiana. E’ il 30 giugno 1960 ed è rivolta. Operai e studenti si riversano nelle strade, il governo applica la “linea dura”: 11 morti e centinaia di feriti. E’ solo l’inizio. Da Nord a Sud, l’Italia è attraversata da grandi giornate di lotte e barricate che rinnovano la lotta partigiana mentre la violenza della repressione statale si scaglia sul proletariato in diverse città rinnovando lo squadrismo fascista: le forze dell’ordine hanno l’ordine di sparare sulla folla, decine di proletari vengono uccisi. La strage di Reggio Emilia è divenuta il simbolo della lotta operaia del 1960. Quel maledetto 7 luglio, cinque operai reggiani, Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri, Afro Tondelli, tutti iscritti al PCI, furono uccisi dalle forze dell’ordine. Lo sciopero cittadino di Reggio Emilia venne convocato dalla CGIL dopo i “fatti di Licata”, nell’agrigentino del 5 luglio e la repressione il giorno successivo di una manifestazione a Roma, a Porta San Paolo, col ferimento dei deputati comunisti e socialisti.
 
5 Luglio 1960 a Licata – Durante una manifestazione operaia e popolare, contro il carovita, la gravissima crisi economica, per il lavoro, la terra e il pane, contro il governo democristiano di Tambroni, sostenuto dai fascisti del MSI, la polizia italiana uccide a colpi di mitra Vincenzo Napoli, giovane piccolo esercente locale di 24 anni, che stava tentando di proteggere un bambino tenuto fermo a un muro e picchiato dai celerini. La reazione popolare fu enorme, gli scontri proseguirono per tutta la giornata, venne smantellato un ponte metallico sul fiume Salso, per bloccare l’afflusso dei poliziotti in città, che riuscirono ad entrare solo a notte inoltrata rastrellando tutto il paese.
 
8 Luglio 1960 a CataniaIl giorno dopo la strage di Reggio Emilia, a Catania migliaia di proletari sono per le strade. La polizia italiana attacca la manifestazione a p.zza Stesicoro. Salvatore Novembre, disoccupato di 19 anni, viene massacrato a manganellate e sparato dalla polizia italiana: le testimonianze dirette riportano che mentre Salvatore si accasciava a terra sanguinante e perdeva i sensi, un poliziotto gli sparò addosso ripetutamente. Uno, due, tre colpi… il quarto lo colpì al volto, rendendolo irriconoscibile. Il corpo martoriato e sanguinante di Salvatore venne trascinato da alcuni poliziotti, lasciando una scia di sangue, fino al centro di piazza Stesicoro, affinché fosse di ammonimento per i manifestanti. La polizia, mitra in mano, impedì a chiunque di portare soccorso a Salvatore Novembre, che morì dissanguato sul selciato della piazza, dopo una lunga agonia. Altri 6 compagni furono feriti da colpi d’arma da fuoco.
 
8 Luglio 1960 a Palermo La CGIL proclama lo sciopero generale in risposta alla strage di Reggio Emilia. Fin dalle prime ore del mattino, la Celere presidia il centro storico della città per dissuadere gli operai, i lavoratori, i disoccupati, i giovani, a partecipare allo sciopero e al corteo guardato a vista da un imponente schieramento di polizia che poi carica lanciando a velocità le sue jeep contro la folla. Il proletariato palermitano reagì e iniziò la battaglia, tra p.zza Verdi e p.zza Politeama, difendendosi con pietre, bastoni e tutto quello che trovava, erigendo una barricata. La polizia italiana spara. Il primo ad essere colpito fu Giuseppe Malleo, operaio di 16 anni, colpito da una pallottola di moschetto al torace in via Celso, morirà in ospedale dopo giorni di agonia. Subito dopo, cade in via Spinuzza sotto i colpi di mitra Andrea Gangitano, di 19 anni, operaio edile comunista e dirigente CGIL così come Francesco Vella di 42 anni, mastro muratore e organizzatore delle leghe edili, colpito in Via Bari mentre cercava di soccorrere un compagno di 16 anni colpito da un lacrimogeno. Infine fu colpita a morte Rosa La Barbera, di 53 anni, mentre stava cercando di chiudersi in casa, in via Rosolino Pilo. La battaglia per le strade durò per tutta la giornata, con centinaia di proletari feriti di cui 40 che rimasero feriti da colpi d’arma da fuoco, 370 furono fermati e 71 arrestati, 53 (la maggior parte operai) dei quali processati il 16 Ottobre e condannati a pene dai 6 agli 8 anni.
 
Erano passati solo 15 anni dalla vittoria della Resistenza e poco meno dalla nascita della Repubblica, le illusioni svanirono in fretta e chiaramente si svelò la continuità con l’epoca fascista della dittatura della borghesia che cambiò solo la maschera indossando quella “democratica” il cui contenuto profondamente antioperaio e antipopolare, violento e oppressore, costituisce la natura puramente classista dello Stato borghese, di tutte le sue istituzioni, apparati e leggi al servizio del capitale! Tanto come durante il fascismo così nella nuova Repubblica i nemici e i perseguitati furono sempre gli stessi, quegli stessi che accesero le lotte del biennio rosso e gli stessi che condussero il nostro paese alla lotta di liberazione. Tambroni si dimise il 19 luglio del 1960. La forte pressione popolare costrinse la borghesia, e il suo principale partito dell’epoca, ossia la DC, a trovare una nuova formula per garantire la stabilità politica del sistema capitalista in cui progressivamente il PCI di Berlinguer si integra come forza politica di gestione e collaborazione con la borghesia.
 
Nessun poliziotto, nè tantomeno i mandanti, né per i fatti di Palermo, né di Catania, né di Licata è stato mai identificato e punito. Ma noi sappiamo chi è STATO e non dimentichiamo!
 
La memoria vive nella lotta di classe
 
La ricostruzione del Partito Comunista in Italia, si lega alle grandi e migliori tradizioni di lotta e militanza della classe operaia e delle masse popolari italiane con in prima linea i comunisti. Per questo ricordare questi eventi per noi non è un operazione di semplice e formale commemorazione ma vuol dire dare dignità a quelle lotte attualizzandole nella realtà odierne, in un filo rosso che nessuno potrà mai spezzare. Oggi dove come ieri, sotto attacco ci sono sempre i diritti dei lavoratori, della gioventù e studenti, con la compressione dei salari e pensioni, il taglio dei diritti sociali e democratici, come al diritto all’istruzione e alla salute, la disoccupazione di massa, spinte autoritarie e fasciste, la guerra imperialista. Ricordiamo i caduti della Sicilia proletaria, onorandoli nella vita e nella militanza di tutti i giorni per il potere ai lavoratori e un’Italia socialista!
 
Per i nostri morti, non un minuto di silenzio,
tutta una vita in lotta per il socialismo-comunismo!

Solidarietà al prof. Antonio Mazzeo

Il Partito Comunista di Messina unisce la propria voce ai tanti e tante che in questi giorni stanno esprimendo solidarietà e vicinanza al prof. Antonio Mazzeo, docente dell’ICS “Cannizzaro-Galatti” di Messina, oggetto di un procedimento disciplinare da parte della preside per aver legittimamente espresso l’obiezione alla presenza di reparti dell’esercito nella propria scuola nell’ambito di un progetto dell’Ufficio Scolastico Regionale del Miur per le “Celebrazioni del centenario della Grande Guerra” organizzate dalla Brigata “Aosta”, in sinergia col Comando Militare dell’Esercito “Sicilia”.

Condanniamo decisamente il progetto-evento “Studenti e Militari uniti nel Tricolore” che la Brigata Meccanizzata “Aosta” dell’Esercito italiano, reparto d’élite e di pronto intervento NATO negli scenari di guerra internazionali, sta portando avanti nelle scuole che è portatore di un pericoloso messaggio volto agli studenti e studentesse per mistificare la realtà sul primo massacro inter-imperialista dei popoli in cui migliaia di lavoratori e giovani vennero usati come carne da cannone versando il loro sangue per gli interessi dei capitalisti.

Allo stesso modo riteniamo intollerabile l’attacco alla libertà di pensiero e parola di un lavoratore pubblico garantito sulla carta dalla stessa Costituzione ma che viene messo in discussione dal processo di aziendalizzazione delle istituzioni scolastiche attraverso la “Buona Scuola” con conseguente autoritarismo e distruzione del pensiero critico.

Il Partito Comunista di Messina, ribadendo la sua piena solidarietà e vicinanza al prof. Antonio Mazzeo, chiama ad incrementare la vigilanza e l’opposizione verso questi meccanismi che avanzano il militarismo e l’autoritarismo padronale da corollario alle politiche antipopolari che attaccano i diritti delle classi popolari e ai piani di guerra che coinvolgono sempre di più il nostro paese e territorio.

Messina, 25/05/2018