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Licata, Catania, Palermo, 58 anni dopo dalla stessa parte delle barricate!

Luglio 1960 – Ricordiamo la nostra storia di classe

La giovane Repubblica attraversa anni di instabilità: dal 1955 al 1960 si alternano 5 governi. Il movimento operaio, dopo l’esperienza vittoriosa della Resistenza, è in ascesa e rivendica i propri diritti e aspirazioni per cui ha duramente combattutto nella Lotta di Liberazione Nazionale dal nazifascismo. Alla disfatta del secondo governo Segni, il Presidente della Repubblica Gronchi nominò il democristiano Ferdinando Tambroni, come Presidente del Consiglio di un governo tecnico che ottenne la fiducia alle Camere grazie all’appoggio del partito neofascista del MSI (Movimento Sociale Italiano) di Michelini-Almirante che due mesi dopo convoca provocatoriamente il suo Congresso a Genova, città partigiana. E’ il 30 giugno 1960 ed è rivolta. Operai e studenti si riversano nelle strade, il governo applica la “linea dura”: 11 morti e centinaia di feriti. E’ solo l’inizio. Da Nord a Sud, l’Italia è attraversata da grandi giornate di lotte e barricate che rinnovano la lotta partigiana mentre la violenza della repressione statale si scaglia sul proletariato in diverse città rinnovando lo squadrismo fascista: le forze dell’ordine hanno l’ordine di sparare sulla folla, decine di proletari vengono uccisi. La strage di Reggio Emilia è divenuta il simbolo della lotta operaia del 1960. Quel maledetto 7 luglio, cinque operai reggiani, Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri, Afro Tondelli, tutti iscritti al PCI, furono uccisi dalle forze dell’ordine. Lo sciopero cittadino di Reggio Emilia venne convocato dalla CGIL dopo i “fatti di Licata”, nell’agrigentino del 5 luglio e la repressione il giorno successivo di una manifestazione a Roma, a Porta San Paolo, col ferimento dei deputati comunisti e socialisti.
 
5 Luglio 1960 a Licata – Durante una manifestazione operaia e popolare, contro il carovita, la gravissima crisi economica, per il lavoro, la terra e il pane, contro il governo democristiano di Tambroni, sostenuto dai fascisti del MSI, la polizia italiana uccide a colpi di mitra Vincenzo Napoli, giovane piccolo esercente locale di 24 anni, che stava tentando di proteggere un bambino tenuto fermo a un muro e picchiato dai celerini. La reazione popolare fu enorme, gli scontri proseguirono per tutta la giornata, venne smantellato un ponte metallico sul fiume Salso, per bloccare l’afflusso dei poliziotti in città, che riuscirono ad entrare solo a notte inoltrata rastrellando tutto il paese.
 
8 Luglio 1960 a CataniaIl giorno dopo la strage di Reggio Emilia, a Catania migliaia di proletari sono per le strade. La polizia italiana attacca la manifestazione a p.zza Stesicoro. Salvatore Novembre, disoccupato di 19 anni, viene massacrato a manganellate e sparato dalla polizia italiana: le testimonianze dirette riportano che mentre Salvatore si accasciava a terra sanguinante e perdeva i sensi, un poliziotto gli sparò addosso ripetutamente. Uno, due, tre colpi… il quarto lo colpì al volto, rendendolo irriconoscibile. Il corpo martoriato e sanguinante di Salvatore venne trascinato da alcuni poliziotti, lasciando una scia di sangue, fino al centro di piazza Stesicoro, affinché fosse di ammonimento per i manifestanti. La polizia, mitra in mano, impedì a chiunque di portare soccorso a Salvatore Novembre, che morì dissanguato sul selciato della piazza, dopo una lunga agonia. Altri 6 compagni furono feriti da colpi d’arma da fuoco.
 
8 Luglio 1960 a Palermo La CGIL proclama lo sciopero generale in risposta alla strage di Reggio Emilia. Fin dalle prime ore del mattino, la Celere presidia il centro storico della città per dissuadere gli operai, i lavoratori, i disoccupati, i giovani, a partecipare allo sciopero e al corteo guardato a vista da un imponente schieramento di polizia che poi carica lanciando a velocità le sue jeep contro la folla. Il proletariato palermitano reagì e iniziò la battaglia, tra p.zza Verdi e p.zza Politeama, difendendosi con pietre, bastoni e tutto quello che trovava, erigendo una barricata. La polizia italiana spara. Il primo ad essere colpito fu Giuseppe Malleo, operaio di 16 anni, colpito da una pallottola di moschetto al torace in via Celso, morirà in ospedale dopo giorni di agonia. Subito dopo, cade in via Spinuzza sotto i colpi di mitra Andrea Gangitano, di 19 anni, operaio edile comunista e dirigente CGIL così come Francesco Vella di 42 anni, mastro muratore e organizzatore delle leghe edili, colpito in Via Bari mentre cercava di soccorrere un compagno di 16 anni colpito da un lacrimogeno. Infine fu colpita a morte Rosa La Barbera, di 53 anni, mentre stava cercando di chiudersi in casa, in via Rosolino Pilo. La battaglia per le strade durò per tutta la giornata, con centinaia di proletari feriti di cui 40 che rimasero feriti da colpi d’arma da fuoco, 370 furono fermati e 71 arrestati, 53 (la maggior parte operai) dei quali processati il 16 Ottobre e condannati a pene dai 6 agli 8 anni.
 
Erano passati solo 15 anni dalla vittoria della Resistenza e poco meno dalla nascita della Repubblica, le illusioni svanirono in fretta e chiaramente si svelò la continuità con l’epoca fascista della dittatura della borghesia che cambiò solo la maschera indossando quella “democratica” il cui contenuto profondamente antioperaio e antipopolare, violento e oppressore, costituisce la natura puramente classista dello Stato borghese, di tutte le sue istituzioni, apparati e leggi al servizio del capitale! Tanto come durante il fascismo così nella nuova Repubblica i nemici e i perseguitati furono sempre gli stessi, quegli stessi che accesero le lotte del biennio rosso e gli stessi che condussero il nostro paese alla lotta di liberazione. Tambroni si dimise il 19 luglio del 1960. La forte pressione popolare costrinse la borghesia, e il suo principale partito dell’epoca, ossia la DC, a trovare una nuova formula per garantire la stabilità politica del sistema capitalista in cui progressivamente il PCI di Berlinguer si integra come forza politica di gestione e collaborazione con la borghesia.
 
Nessun poliziotto, nè tantomeno i mandanti, né per i fatti di Palermo, né di Catania, né di Licata è stato mai identificato e punito. Ma noi sappiamo chi è STATO e non dimentichiamo!
 
La memoria vive nella lotta di classe
 
La ricostruzione del Partito Comunista in Italia, si lega alle grandi e migliori tradizioni di lotta e militanza della classe operaia e delle masse popolari italiane con in prima linea i comunisti. Per questo ricordare questi eventi per noi non è un operazione di semplice e formale commemorazione ma vuol dire dare dignità a quelle lotte attualizzandole nella realtà odierne, in un filo rosso che nessuno potrà mai spezzare. Oggi dove come ieri, sotto attacco ci sono sempre i diritti dei lavoratori, della gioventù e studenti, con la compressione dei salari e pensioni, il taglio dei diritti sociali e democratici, come al diritto all’istruzione e alla salute, la disoccupazione di massa, spinte autoritarie e fasciste, la guerra imperialista. Ricordiamo i caduti della Sicilia proletaria, onorandoli nella vita e nella militanza di tutti i giorni per il potere ai lavoratori e un’Italia socialista!
 
Per i nostri morti, non un minuto di silenzio,
tutta una vita in lotta per il socialismo-comunismo!

Unità comunista: è ora di scegliere da che parte stare.

di Alessandro Mustillo (membro dell’Ufficio Politico del Partito Comunista)
da LaRiscossa.com
Non è un mistero che nelle ultime settimane il dibattito sull’unità comunista abbia compiuto alcuni piccoli ma significativi passi. Lo scorso 12 agosto alla festa organizzata da Marx21 si è tenuto un confronto pubblico tra Partito Comunista e Partito Comunista Italiano, coordinato da Stefano Barbieri. Nei giorni precedenti a Roma un incontro tra due delegazioni dei partiti, guidate dai rispettivi segretari, aveva discusso in modo franco e sereno della situazione, con uno scambio di opinioni sulla lettura della fase e sulle prospettive. In entrambe le occasioni, erano emerse alcune valutazioni comuni, altre che evidenziano delle diversità di vedute.L’unità comunista è un tema che sta a cuore alla parte più attiva dei lavoratori e della gioventù. Molti compagni persi nelle diaspore di questi anni, non sono iscritti a nessuna organizzazione proprio in attesa di qualche passo in avanti della questione comunista, in una direzione unitaria. Tutti, lavorando ogni giorno per far avanzare le lotte, sappiamo quanto sminuisca il nostro lavoro politico la frammentazione, con la conseguenza di essere percepiti come irrilevanti e privi di credibilità. Coscienti di queste situazioni, come Partito Comunista, non ci siamo sottratti a questi confronti.Nel documento approvato dal II congresso nazionale del Partito Comunista si legge: «Il Partito deve levare in alto la parola d’ordine dell’unità invitando ad un cammino comune con tutti quei compagni che si pongono su questo terreno. Aumentando le iniziative di discussione e dibattito, non temendo il confronto, ma valorizzando nella dialettica delle posizioni le prospettive concrete di avanzamento. L’unità è nulla se ad essa non corrisponde unità ideologica e di visione strategica». Questa linea generale, con le sue articolazioni più specifiche, è stata costantemente ribadita in tutte le sedi. Alcuni mesi fa l’Ufficio Politico del PC aveva ribadito con una posizione articolata in dieci punti la base per una discussione comune sulla questione unitaria. Nel comunicato dell’UP, si poneva addirittura la possibilità di «mettere in discussione la nostra organizzazione», precisando che tale prospettiva era condizionata dal determinare «un avanzamento e non un passo indietro su quanto, anche se ancora insufficiente, faticosamente è stato costruito in questi anni». Nessuna difesa sterile di posizioni individuali o “piccoli orticelli”, ma al contrario la massima disponibilità all’unità a patto che il processo unitario si costruisse a partire da «un dibattito serrato su questioni di carattere strategico e un’unità nel conflitto di classe».

La posizione è stata ribadita anche negli incontri di agosto. In queste occasioni abbiamo affermato che il presupposto per intavolare una discussione sull’unità comunista è chiarire i rapporti con le altre forze della sinistra. Già nel documento dell’UP si diceva esplicitamente: «l’autonomia politica dei comunisti deve essere tale anche nei confronti delle forze di “sinistra” […] unità dei comunisti e unità della sinistra non sono sinonimi, e non sono neanche processi che possono marciare insieme. Non bisogna mischiare queste due parole d’ordine con tanta leggerezza, perché dietro ad esse esistono prospettive incompatibilmente divergenti. Pensare di unire i comunisti per poi unirsi con forze di sinistra che hanno prospettive strategiche opposte alle nostre è opportunismo della peggior specie». Questa posizione è stata ribadita, avvisando che la discussione sull’unità comunista avrebbe potuto assumere forme più profonde e reciprocamente vincolanti, solo a patto che fosse chiarita la divergenza strategica rispetto ad alleanze di sinistra, anche a livello regionale e locale. In poche parole: per costruire l’unità comunista è necessario discutere; per sedersi a discutere è necessario condividere una valutazione sul fine ultimo di quello che vogliamo fare: non rifare gli stessi errori del passato legando i comunisti a alleanze con forze borghesi.

Non è possibile continuare a giocare su due tavoli. Da una parte c’è la prospettiva dell’unità comunista. Un processo che richiederà tempo e un serio dibattito di natura teorica e strategica, ma su cui negli ultimi mesi sono stati fatti alcuni primi passi in avanti. Dall’altra c’è il protrarsi di comportamenti e atteggiamenti tipici dell’opportunismo, di chi insegue improbabili coalizioni con la sinistra appena fuoriuscita dal PD a livello locale e regionale. I due processi non sono sommabili, l’uno esclude l’altro. La classe operaia e le masse popolari hanno bisogno di un forte e coerente Partito Comunista, che sappia realmente porsi alla testa delle lotte, rafforzarle e dirigerle, non di nuove inconcludenti ammucchiate a sinistra. Porre il ragionamento dell’unità comunista, come premessa per ricondurre tutti al di sotto nuove coalizioni di sinistra-centro/sinistra, sarebbe non solo inutile ma anche tremendamente dannoso. Ma soprattutto chiuderebbe le porte ad ogni possibilità reale di intraprendere un processo di unità comunista. Lo abbiamo detto e lo sosterremo con forza: non siamo interessati ad alcun processo unitario dei comunisti che sia concepito come tappa per una “più larga unità della sinistra”. O con noi, o con loro.

Non si tratta di settarismo ma di analisi della condizione reale e della natura di queste forze. MDP è un partito formato da un pezzo di classe dirigente del Pds-Ds-Pd, che è stata l’asse centrale del governo di centrosinistra nella seconda metà degli anni ’90, e parte fondamentale del secondo governo Prodi. Tutt’ora, al di fuori di proclami e comunicati, sostiene il governo Gentiloni, è quindi forza di governo. Porta su di sé la responsabilità delle politiche di attacco ai diritti dei lavoratori, la partecipazione dell’Italia alle alleanze imperialiste. Solo in ordine di tempo va menzionato il voto a favore della missione nelle acque libiche. Ma non si tratta solo di una sommatoria di singole posizioni. MDP è parte integrante di una visione socialdemocratica di piena accettazione del capitalismo. Il ragionamento, salvo alcune sfumature di posizioni, e una maggiore vocazione all’opposizione a livello nazionale, vale anche per Sinistra Italiana. Anche in SI non esiste alcuna visione strategica di rovesciamento dei rapporti di produzione capitalistici, ma solo posizioni socialdemocratiche di sinistra. Di conseguenza su questioni cruciali come l’atteggiamento nei confronti della UE esiste un fossato con i comunisti. L’attuale SI viene in maggioranza dal gruppo dirigente di Rifondazione Comunista che si è adoperato per la liquidazione finale dei comunisti. Non dimentichiamoci poi la partecipazione ai governi regionali con tutto ciò che ne consegue. Non stiamo parlando di recriminare verso fatti passati, ma di posizioni che oggi vengono rivendicate e professate da queste organizzazioni. Quindi prospettare alleanze con queste forze in Sicilia, come a Roma, nelle città di provincia e nelle grandi metropoli, significa rifiutare l’autonomia dei comunisti rispetto alle forze borghesi.

Allearsi con i partiti della “sinistra” aiuta la ricostruzione comunista? Noi pensiamo di no, ma dal momento che non esistono dogmi da applicare, ma valutazioni e analisi provo a sintetizzare alcuni motivi per cui da un’alleanza i comunisti hanno più da perdere che da guadagnare.
Si tratta di forze largamente screditate agli occhi dei lavoratori e delle masse popolari, ritenute – giustamente – colpevoli delle politiche attuate in questi anni. Dovremmo lavorare per dissociare i comunisti dall’immaginario di questa sinistra, processo non semplice in un Paese in cui comunista è diventato attributo privo di valore reale, e in cui tutti nel centrosinistra sono berlusconianamente “comunisti”. Di certo allearsi con loro è un pessimo modo per dissociarsi, e il risultato è perdere più consensi di quanti se ne acquistano.

Si tratta di organizzazioni che non hanno alcun radicamento reale e organizzato nella classe operaia, per cui allearsi con loro non serve a creare contraddizioni in settori di massa e portarli sulle posizioni comuniste. Sono partiti per lo più di opinione al pari del Pd e dei partiti di centrodestra, radicati al più nelle stanze di comando dei sindacati, con esponenti compromessi nella gestione maggioritaria della linea sindacale. Il compito dei comunisti non dovrebbe essere conquistare settori di dirigenze sindacali compromesse, ma strappare a loro la fiducia dei lavoratori.
Quanto ai riferimenti economici, spesso esistono legami con settori del capitale, e specialmente del mondo cooperativo, oggi del tutto allineato in termini di interessi e sfruttamento con il capitale monopolistico tradizionale, e non più parte cinghia di trasmissione di un progetto di cambiamento di società. Anche a livello locale, quindi il risultato sarebbe porre i comunisti alla coda degli interessi di settori del capitale contrapposti ad altri settori. Un’ottica non certo di rottura.

Ogni ipotesi di condizionare in positivo l’azione di quei partiti, e dei rappresentanti eletti, si scontrerebbe con un contesto assai arretrato di rapporti di forza che vede i comunisti in una fase di resistenza più che di attacco. Spesso si tende ad applicare meccanicamente alcuni ragionamenti del passato- non è questo il luogo per dire se giusti o sbagliati strategicamente allora – fondati sulla presenza di un forte campo socialista, e di un movimento comunista internazionale forte, organizzato in un quadro di crescente lotta di classe e presenza di lotte sindacali, di movimento ecc. Allora l’idea di condizionare settori della socialdemocrazia poteva avere un fondamento nei rapporti di forza, oggi riproporla significa non tenere in conto la condizione reale. La storia degli ultimi anni ha dimostrato che è molto più facile che i comunisti si adagino su posizioni socialdemocratiche che non viceversa. Da qui inoltre la spiacevole conseguenza di vedersi disarmati di fronte a prese di posizione dei futuri rappresentanti eletti nelle liste comuni che esprimono posizioni contrarie alla linea dei comunisti che li hanno sostenuti. Solo per citare un esempio il voto favorevole di Fassina al comune di Roma, insieme a PD, Cinque Stelle e destra, alla mozione di condanna al governo venezuelano. Atti che alimentano confusione e non contribuiscono di certo a fare chiarezza.

Non mettendo in discussione i rapporti di produzione e alcuni assunti fondamentali della strategia delle classi dominanti italiane, come la presenza nella UE, e i conseguenti vincoli di bilancio ecc, non si è in grado neanche a livello locale di indicare con chiarezza i responsabili dei tagli alle politiche sociali, delle privatizzazioni, con critiche che rimangono armi spuntate. Per di più, la condizione di forze di opposizione è determinata in SI e MDP, non da una scelta di campo, di opposizione al sistema borghese, ma da una scelta del PD di guardare ad alleanze locali con altre forze. Questo non esclude voti comuni e possibili rovesciamenti di fronte, su questioni importanti in cui riemerga a livello locale la vecchia tendenza di centrosinistra. Anche questo finirebbe per disorientare ulteriormente.

Per tutte queste ragioni i comunisti hanno molto più da perdere che da guadagnare da qualsiasi alleanza.

Al contrario la partecipazione comunista alle elezioni con proprie liste autonome, anche in un quadro di generale sfiducia nel sistema della rappresentanza, che non spetta di certo a noi invertire, consente di sfruttare occasioni, spazi, e mezzi per far conoscere le proprie posizioni e per guadagnare fiducia tra i lavoratori. Perché nessuno mette in discussione la correttezza di un approccio leninista sulle elezioni, e sulla possibile elezione di rappresentanti comunisti nelle assemblee elettive. Un approccio tattico finalizzato a rafforzare le posizioni del Partito e la sua lotta, con delegati determinati, fedeli alla linea, con limitazione dei salari al livello di normali lavoratori che escludano ogni privilegio. I rapporti di forza oggi difficilmente permettono l’elezione di comunisti, ma non ci sono scorciatoie: lavorare oggi per la costruzione di liste comuniste getta le basi per un rafforzamento della ricostruzione comunista, in cui l’eventuale elezione di rappresentanti è solo un elemento in più, finalizzato anch’esso al rafforzamento delle lotte e della costruzione del Partito.

Insomma se si deve discutere di unità comunista bisogna farlo seriamente e senza giocare su tavoli diversi. L’unità comunista non può essere concepita come parallela all’unità della sinistra o peggio ancora come un ripiego dopo il rifiuto ad essere accettati in alleanze unitarie di sinistra. L’unità che si cercherebbe in questo senso, è un mero ripiego. Serve una completa rottura, serve impostare la ricostruzione comunista su una strategia comunista, e non come prosecuzione della stagione opportunista che abbiamo vissuto con esiti distruttivi. Senza di questo discutere di unità è un passo indietro, non certo un passo avanti.

Licata, Catania, Palermo, 57 anni dopo dalla stessa parte delle barricate!

Luglio 1960 – Ricordiamo la nostra storia di classe

La giovane Repubblica attraversa anni di instabilità: dal 1955 al 1960 si alternano 5 governi. Il movimento operaio, dopo l’esperienza vittoriosa della Resistenza, è in ascesa e rivendica i propri diritti e aspirazioni per cui ha duramente combattutto nella Lotta di Liberazione Nazionale dal nazifascismo. Alla disfatta del secondo governo Segni, il Presidente della Repubblica Gronchi nominò il democristiano Ferdinando Tambroni, come Presidente del Consiglio di un governo tecnico che ottenne la fiducia alle Camere grazie all’appoggio del partito neofascista del MSI (Movimento Sociale Italiano) di Michelini-Almirante che due mesi convoca provocatoriamente il suo Congresso a Genova, città partigiana. E’ il 30 giugno 1960 ed è rivolta. Operai e studenti si riversano nelle strade, il governo applica la “linea dura”: 11 morti e centinaia di feriti. E’ solo l’inizio. Da Nord a Sud, l’Italia è attraversata da grandi giornate di lotte e barricate che rinnovano la lotta partigiana mentre la violenza della repressione statale si scaglia sul proletariato in diverse città rinnovando lo squadrismo fascista: le forze dell’ordine hanno l’ordine di sparare sulla folla, decine di proletari vengono uccisi. La strage di Reggio Emilia è divenuta il simbolo della lotta operaia del 1960. Quel maledetto 7 luglio, cinque operai reggiani, Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri, Afro Tondelli, tutti iscritti al PCI, furono uccisi dalle forze dell’ordine. Lo sciopero cittadino di Reggio Emilia venne convocato dalla CGIL dopo i “fatti di Licata”, nell’agrigentino del 5 luglio e la repressione il giorno successivo di una manifestazione a Roma, a Porta San Paolo, col ferimento dei deputati comunisti e socialisti.
 
5 Luglio 1960 a Licata – Durante una manifestazione operaia e popolare, contro il carovita, la gravissima crisi economica, per il lavoro, la terra e il pane, contro il governo democristiano di Tambroni, sostenuto dai fascisti del MSI, la polizia italiana uccide a colpi di mitra Vincenzo Napoli, giovane piccolo esercente locale di 24 anni, che stava tentando di proteggere un bambino tenuto fermo a un muro e picchiato dai celerini. La reazione popolare fu enorme, gli scontri proseguirono per tutta la giornata, venne smantellato un ponte metallico sul fiume Salso, per bloccare l’afflusso dei poliziotti in città, che riuscirono ad entrare solo a notte inoltrata rastrellando tutto il paese.
 
8 Luglio 1960 a CataniaIl giorno dopo la strage di Reggio Emilia, a Catania migliaia di proletari sono per le strade. La polizia italiana attacca la manifestazione a p.zza Stesicoro. Salvatore Novembre, disoccupato di 19 anni, viene massacrato a manganellate e sparato dalla polizia italiana: le testimonianze dirette riportano che mentre Salvatore si accasciava a terra sanguinante e perdeva i sensi, un poliziotto gli sparò addosso ripetutamente. Uno, due, tre colpi… il quarto lo colpì al volto, rendendolo irriconoscibile. Il corpo martoriato e sanguinante di Salvatore venne trascinato da alcuni poliziotti, lasciando una scia di sangue, fino al centro di piazza Stesicoro, affinché fosse di ammonimento per i manifestanti. La polizia, mitra in mano, impedì a chiunque di portare soccorso a Salvatore Novembre, che morì dissanguato sul selciato della piazza, dopo una lunga agonia. Altri 6 compagni furono feriti da colpi d’arma da fuoco.
 
8 Luglio 1960 a Palermo La CGIL proclama lo sciopero generale in risposta alla strage di Reggio Emilia. Fin dalle prime ore del mattino, la Celere presidia il centro storico della città per dissuadere gli operai, i lavoratori, i disoccupati, i giovani, a partecipare allo sciopero e al corteo guardato a vista da un imponente schieramento di polizia che poi carica lanciando a velocità le sue jeep contro la folla. Il proletariato palermitano reagì e iniziò la battaglia, tra p.zza Verdi e p.zza Politeama, difendendosi con pietre, bastoni e tutto quello che trovava, erigendo una barricata. La polizia italiana spara. Il primo ad essere colpito fu Giuseppe Malleo, operaio di 16 anni, colpito da una pallottola di moschetto al torace in via Celso, morirà in ospedale dopo giorni di agonia. Subito dopo, cade in via Spinuzza sotto i colpi di mitra Andrea Gangitano, di 19 anni, operaio edile comunista e dirigente CGIL così come Francesco Vella di 42 anni, mastro muratore e organizzatore delle leghe edili, colpito in Via Bari mentre cercava di soccorrere un compagno di 16 anni colpito da un lacrimogeno. Infine fu colpita a morte Rosa La Barbera, di 53 anni, mentre stava cercando di chiudersi in casa, in via Rosolino Pilo. La battaglia per le strade durò per tutta la giornata, con centinaia di proletari feriti di cui 40 che rimasero feriti da colpi d’arma da fuoco, 370 furono fermati e 71 arrestati, 53 (la maggior parte operai) dei quali processati il 16 Ottobre e condannati a pene dai 6 agli 8 anni.
 
Erano passati solo 15 anni dalla vittoria della Resistenza e poco meno dalla nascita della Repubblica, le illusioni svanirono in fretta e chiaramente si svelò la continuità con l’epoca fascista della dittatura della borghesia che cambiò solo la maschera indossando quella “democratica” il cui contenuto profondamente antioperaio e antipopolare, violento e oppressore, costituisce la natura puramente classista dello Stato borghese, di tutte le sue istituzioni, apparati e leggi al servizio del capitale! Tanto come durante il fascismo così nella nuova Repubblica i nemici e i perseguitati furono sempre gli stessi, quegli stessi che accesero le lotte del biennio rosso e gli stessi che condussero il nostro paese alla lotta di liberazione. Tambroni si dimise il 19 luglio del 1960. La forte pressione popolare costrinse la borghesia, e il suo principale partito dell’epoca, ossia la DC, a trovare una nuova formula per garantire la stabilità politica del sistema capitalista in cui progressivamente il PCI di Berlinguer si integra come forza politica di gestione e collaborazione con la borghesia.
 
Nessun poliziotto, nè tantomeno i mandanti, né per i fatti di Palermo, né di Catania, né di Licata è stato mai identificato e punito. Ma noi sappiamo chi è STATO e non dimentichiamo!
 
La memoria vive nella lotta di classe
 
La ricostruzione del Partito Comunista in Italia, si lega alle grandi e migliori tradizioni di lotta e militanza della classe operaia e delle masse popolari italiane con in prima linea i comunisti. Per questo ricordare questi eventi per noi non è un operazione di semplice e formale commemorazione ma vuol dire dare dignità a quelle lotte attualizzandole nella realtà odierne, in un filo rosso che nessuno potrà mai spezzare. Oggi dove come ieri, sotto attacco ci sono sempre i diritti dei lavoratori, della gioventù e studenti, con la compressione dei salari e pensioni, il taglio dei diritti sociali e democratici, come al diritto all’istruzione e alla salute, la disoccupazione di massa, spinte autoritarie e fasciste, la guerra imperialista. Ricordiamo i caduti della Sicilia proletaria, onorandoli nella vita e nella militanza di tutti i giorni per l’Italia rossa e socialista!
 
Per i nostri morti, non un minuto di silenzio,
tutta una vita in lotta per il socialismo-comunismo!